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'Cause it's never too late…

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Immagini sbiadite

Metto in ordine gli appunti volanti, presi con noncuranza. Mi pento di essere così pigra, di non prestare l’attenzione dovuta alle lezioni, di pensare sempre ad altro. Gli esami mi uccidono. Tra l’ansia, la tristezza, l’insoddisfazione e la frustrazione causate dal mio modo di essere, sento di non potercela fare. Ogni 10 pagine, una pausa di 10 minuti. Mi sembra onesto. Prendo una bottiglia di tè dal frigorifero, lo verso in un bicchiere e con noncuranza lo avvicino alla mia bocca, ripetendo mentalmente quello che ho appena finito di leggere. Sono così stanca. Vorrei poter mettere il libro da una parte e abbandonarmi ai ricordi.

Sono passati solo 2 minuti. Senza neanche accorgermene, mi ritrovo a guardare vecchie foto. I ricordi cominciano a farsi strada nella mia mente. Situazioni mai vissute a pieno si sovrappongono a momenti di pura emozione. La prima uscita serale con le amiche, il diciottesimo compleanno, il primo concerto. Il mio sorriso è diverso in ogni foto. In alcune è addirittura spento, senz’anima. Sono altrove, mentre gli altri si divertono. Sono indietro, mentre tutti gli altri vanno avanti.

Ancora 1 minuto. Sento di aver bisogno di un motivo per restare, di abbandonare la zavorra che ho sulle spalle da anni ormai. Guardo la ragazza sorridente nella foto in macchina. Ha un’espressione dolce, ma sembra anche smarrita e confusa. Nella foto di classe della 5^ liceo, lo stesso sorriso sembra sempre smarrito, ma anche vuoto e rassegnato. Cosa manca?

Tempo scaduto. Penso troppo, senza arrivare mai alla soluzione giusta. So solo che non sono più la stessa e non sempre è un bene. Il mio momento di riflessione ruba solo tempo al mio studio. Devo smettere di fare così. Rimuginare è odioso, inutile e doloroso. Meglio concentrarsi sulla plasticità sinaptica e sperare in un 18.

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Sogni

Sono seduta insieme a molte persone da me conosciute: rido e scherzo. Sento di essere al sicuro e amata. Ricevo dei complimenti, così come ne faccio. Si semina ciò che si raccoglie: oggi ho un bel vestito, una piega quasi decente ai capelli e trucco quasi impeccabile. Non mi sento osservata, però. Tutte le attenzioni sono rivolte ad un’altra ragazza. Sento che non sono al centro dell’attenzione e questo mi crea un senso di vuoto dentro al cuore. Continuo a sorridere, come se niente fosse. Alzo lo sguardo e improvvisamente gli altri diventano giganti. Sono pronti a mangiarmi, a farmi del male, o chissà che altro. Sono così piccola che non posso scappare. La paura prende il sopravvento: comincio a gridare, ma dalla mia bocca non esce alcun suono. Ora sono di nuovo come gli altri, ma mi sento osservata. Tutti si rendono conto che in me qualcosa non va e io mi vergogno di sentirmi così. Vorrei dire a tutti che non voglio avere paura di loro, ma dalla mia bocca non esce niente. Un sorriso tirato comincia a rovinarmi il viso, si espande come una cicatrice fino alle orecchie e non riesco a evitarlo. Presto la mia faccia è deformata: non sono più me stessa, sono diventata un’altra. Accanto a me c’è lui. Mi deride. Mi dice di non preoccuparmi, che ora tutti conoscono il mio segreto. Io piango, ma non capisco a cosa si riferisce. Arrabbiata, gli dico di andarsene. Lui sorride e mi risponde che non ne ha alcuna intenzione. Il mio incubo si materializza. Non sono più al sicuro.

Prospettive

Cominciare le lezioni all’Università mi fa rivalutare il significato di “prospettiva”. Per uno psicologo è importante avere tanti punti di vista: non si può comprendere se non ci si mette nei panni dell’altro. Tutti possiedono un “io introspettivo”, c’è chi lo comprende e lo sfrutta meglio, ma ognuno è in grado, in quanto essere umano, di proiettare le proprie emozioni sull’altro e accogliere quelle che ne derivano.

Mi chiedo ancora se faccio la cosa giusta: cerco di mettere in campo i miei problemi, sperando che possano essere utili a qualcuno… Continuo a farmi del male e a sentirmi in colpa, perchè sento che il nuovo percorso di studi è più facile del precedente (nonostante abbiano molti punti in comune) e sono sicura che gli altri reagiscono pensando che mi sono arresa.

Cambiando prospettiva: sono io che penso di essermi arresa. Sono consapevole di aver sprecato quattro anni della mia vita in un luogo che non fa per me, solo per seguire lui, solo per essere migliore di lui. Ripensandoci ora, trovo inutile il mio spirito competitivo nei suoi confronti dato che le nostre intelligenze sono profondamente diverse: lui è freddo, calcolatore, manipolatore e, a meno che non debba risolvere problemi di meccanica del volo, non è a suo agio. Le emozioni gli fanno paura. Io non sono così. Io devo parlare delle mie emozioni, discuterne se riesco, perchè è l’unica cosa che mi fa mettere ordine nel caos della mia mente. Sono sognatrice, lunatica, cambio idea facilmente e se vengo ferita mi chiudo a riccio. Non torno indetro mai. Sono così e per una volta non mi chiedo se sono “giusta” o “sbagliata” per questo mondo, ma se questo è il mondo giusto per me.

“What about your feelings?”

Avvenire

Cara S.,

ti scrivo per dirti che sto bene. Sono felice, ho un buon lavoro, sono in buona salute e continuo ad occuparmi di me e dei miei hobby. Spero che le cose continuino così, ma per ora mi sto godendo il momento e sono sicura che il futuro sarà roseo per me.

Ecco cosa vorrei sentirmi dire dalla me stessa futura, se potessi parlare con lei. Sfortunatamente le lettere che viaggiano nel tempo non esistono (almeno per ora), quindi devo accontentarmi di essere positiva. Devo sperare nell’avvenire e fidarmi di me stessa. Ora faccio più attenzione ai bisogni della mia parte emotiva, non la soffoco più con le esigenze di quella razionale.

La buona notizia è che per ora sono caduta in piedi: avendo superato il test d’ammissione, ora sono iscritta alla facoltà di Psicologia. Questa scelta stupisce anche me: senza alcun programma, guidata dall’istinto, volto le spalle ad un corso di studi sicuro (Ingegneria) per buttarmi nell’ignoto. Spero solo che la scelta non sia troppo avventata. (Ci risiamo: la mia parte razionale si rifiuta di cambiare.)

Il senso di libertà che sento in questo momento mi riempie di gioia: una felicità che, ahimè, non provo da molto. Sono felice di aver lasciato il passato alle spalle, di essermi liberata dei miei fantasmi (soprattutto di uno un po’ più grande degli altri). Pensare alle reazioni delle altre persone, soprattutto di chi non mi sta più vicino (vedasi il fantasma cicciottello), mi fa paura. Evidentemente ho ancora il terrore di deluderlo, di non essere alla sua altezza, benchè io sappia che l’amore non è una competizione, un premio per chi ha una bella vita, ma un’opportunità di condivisione. Ora la mia anima è a nudo per altre persone, amicizie conquistate con molta fatica. Sono lieta di essere arrivata fin qui.

Il passato ormai è passato, e so di aver tentato. Sono consapevole dei miei errori, ma anche dei miei sforzi per raggiungere qualcosa che non pensavo di meritare. Adesso sono felice: posso ritornare indietro con la mente e ricreare quei momenti, loro sono sempre con me. Allo stesso tempo però sono proiettata nel futuro e so di meritare di essere felice.

Prendermi cura degli altri è da sempre la mia vocazione, anche se da molti anni non riesco più neanche a occuparmi di me stessa. Da quattro anni mi sento incapace di fare qualsiasi cosa. Incapace persino di scegliere una vita migliore, consapevole di non meritarla.

Ora non cerco di sembrare più intelligente di quello che in realtà sono: non mi aiuta nelle relazioni interpersonali, per niente. Eppure per me è da sempre l’unico modo per comunicare: se non si è intelligenti almeno la metà del proprio interlocutore, non ci potrà mai essere uno scambio. Consapevole dell’assurdità di questa tesi, evito di giudicare gli altri in base ad una scala di valori completamente avulsa al contesto. Sono fortunata ad essermi resa conto di questo meccanismo erroneo, perciò sono pronta a riparare.

So che sarà impegnativo ricominciare da zero e cambiare ambiente, ma mi sento motivata. Sono felice di aver fatto una scelta che è solo mia, senza ricercare l’approvazione degli altri. Ora che la mia vita va in questa direzione, non posso far altro che assecondarla, nell’attesa che le soddisfazioni arrivino, insieme alla mia serenità.

                                                                                   “Come ti vedi tra cinque anni?”

Uno di quei giorni

Mi capita a volte di sentire una sorta di malessere non ben localizzato, che non ha nè spiegazioni mediche, nè psicologiche. So di essere in una situazione molto delicata: le scelte che farò adesso condizioneranno il mio futuro in ogni modo possibile.

  • E se tornassi? Probabilmente ricadrei nelle tue braccia, ma farei di tutto per non farlo. L’orgoglio che non ho provato in 4 anni si è materializzato all’improvviso. Eppure appena ti ho rivisto, avrei voluto che mi parlassi, che mi dicessi qualcosa, che mi chiedessi come sto.  Avrei voluto dirti che ho conosciuto un altro, che gli esami vanno ancora male, che adesso sto andando da una psicologa perchè soffro di depressione. Poi ho visto lei. All’inizio l’ho invidiata. Poi ti sei nascosto, lei è andata a riprenderti e ho pensato che probabilmente lei mi invidia ancora di più. Ammettiamolo: la chimica tra noi era palese e talmente forte da capitare una sola volta in una vita. Il modo in cui mi facevi sentire quando mi prendevi in braccio, quando mi sussurravi dolcemente all’orecchio, quando facevamo l’amore e mi chiedevi se stavo bene. Il modo in cui mi sorridevi e i tuoi occhi si illuminavano. Non ti ho mai visto sorridere così con nessun altro. Le emozioni rimangono, ma so che non ci apparteniamo più. La distanza che ho percepito tra noi è maggiore di quanto pensassi.
  • E se cambiassi? Probabilmente sarei più allegra. L’immagine che vedo ogni giorno allo specchio non mi rappresenta più. Quindi perchè continuare? Non faccio altro che dimagrire e ingrassare, poi di nuovo dimagrire ed ingrassare di nuovo. Se solo riuscissi a fermarmi…
  • E se fossi più gentile e meno lunatica? Probabilmente farei allontanare meno le persone da me. L’apice l’ho toccato oggi. Chiamare un’amica “stronza” solo perchè in fondo ha capito quello che cerco di nascondere a me stessa più che posso. Gridare a mia madre che non mi sono mai sentita così sola e che la colpa è sua. Chi sono io per ferire così le persone che amo? Perchè scarico su di loro le mie frustrazioni? Non ho nessun diritto di comportarmi così.
  • E se vivessi per me stessa e non per gli altri? Probabilmente sarei più felice. In questo sto già facendo passi da gigante. Sono andata a vedere finalmente un concerto di Dente, riuscendo a convincere un’amica ad accompagnarmi. Spero solo di non diventare egoista.
  • E se me ne andassi da questa città? Probabilmente ricomincerei da zero ed è ciò che più mi attira al momento. Devo però capire chi sono prima di farlo. Non sarà facile, ma sto imparando ad affrontare i miei fantasmi.

Tutto ciò che vorrei è una risposta a questi dubbi, che il tempo passi senza che io me ne accorga. Questo è uno di quei giorni in cui non so chi sono e non so cosa voglio. Uno di quei giorni in cui ho paura di vivere, di andare avanti, persino di sognare. Uno di quei giorni in cui ho paura di chiudere gli occhi e dai quali non posso scappare. Domani andrà meglio, forse. Intanto oggi è uno di quei giorni in cui dovrò aspettare.

What if?

Come fa un cuoco pasticcione, ho lasciato troppe pietanze sul fuoco.

La metà di esse ormai sono bruciate, immangiabili.

Continuo a cuocere quelle che restano, senza controllarle.

E poi mi stupisco.

Non c’è niente di vero, tutto è immaginazione.

Eppure sembra facile, lasciarsi andare alle fantasie.

Ma sono solo comode illusioni per coprire una squallida realtà.

Essere o Apparire?

L’eterno dilemma. Nella società in cui viviamo l’apparenza diventa sostanza: i rapporti sono talmente superficiali che ci si ferma sempre alla prima impressione, all'”involucro”, al “guscio”, alla “maschera”. Passo molto tempo a cercare di migliore l’immagine che “presento” agli altri, e non credo di essere l’unica. Mi sto dimenticando però di curare anche la mia anima, convinta che a nessuno importi, perchè è più facile sembrare una “bella idiota” che una “profonda triste” (non che io mi consideri profonda, o bella… Triste lo sono di sicuro). Ovviamente curo i miei interessi (e non solo il mio aspetto fisico), ma sembra che alcune mie qualità debbano rimanere nascoste per non urtare la sensibilità di qualcuno o per non mettermi in cattiva luce. Facendo questi discorsi mi accorgo di essere diventata così arida dentro, così superficiale, timorosa del giudizio degli altri. Da quando? Io, l’anticonformista, l’artista, l’appassionata, sono stata domata da me stessa, dalle mie paure. Certo che ogni volta che mi guardo allo specchio, non sono sicura di riconoscere la persona che vedo, e aspetto solo di riuscire a riaccettarmi per ciò che sono, difetti compresi. Vorrei tanto poter essere me stessa, ma cosa me lo impedisce in fondo? I tabù ritornano così forti, opprimenti… Vorrei scacciarli dalla mia mente, ma non posso. Sono parte di me e devo accettarli. Quindi io “sono”, grazie ad essi… Condizionano la mia personalità, le mie scelte, la mia vita. Dovrei dunque lasciar perdere la mia “corazza” e permettere al mio vero io di venire fuori? Così da essere sotto lo sguardo di tutti, con tutte le mie imperfezioni, le mie cicatrici, il mio dolore? Forse, a volte, l’apparenza è essenziale per salvare la sostanza. Viviamo di ciò che non ci ferisce, di ciò che ci fa sentire amati e protetti, quindi perchè non aggiungere la “maschera” alla lista? Per quello che mi riguarda, continuerò a lasciarmi andare solo con persone fidate, continuerò ad essere la timida ragazza introversa che si sfoga su un blog. Già, perchè su questo blog posso essere me stessa, posso dar sfogo ad ogni mia passione: la musica, la scrittura, la poesia… E poco mi importa di essere derisa o di non essere capita… Alcuni pensieri rimangono nella mia mente, chiusi a chiave, oppure indecifrabili, incomprensibili persino a me stessa. Eppure alla fine di un post, dopo aver impresso l’ultimo punto, mi sento decisamente meglio. Che sia la mia cura?

Vuoti (IV)

Avevo in programma di finire la serie di “vuoti” in bellezza, elencando tutto quello che non mi mancherà di lui. Poi mi sono resa conto che il mio problema è proprio questo: mi illudo che odiando davvero qualcuno io riesca a dimenticarlo. Ci vorrebbe un po’ di buono e sano menefreghismo…

La verità è che ho avuto tempo per fare dell’introspezione, ma adesso è ora di voltare pagina. Io mi aspetto sempre troppo dalle persone. Quando amo, perdo ogni capacità di mettermi nei panni dell’altro. Questo perchè su alcune cose sono molto fragile, e quando mi sento attaccata reagisco in due modi:

  • mi incupisco e non parlo, se non a monosillabi, ma dentro soffro come un cane;
  • rimugino.

Ed è proprio quel rimuginare che mi frega ogni fottuta volta. A maggior ragione, quando è una persona che ritengo particolarmente importante per me a “pungermi”, io mi rinchiudo dentro me stessa e me ne distacco. Il processo può essere graduale, oppure istantaneo. Fatto sta che il risultato non cambia.

Ci sono state solo due persone che ho allontanato, ma il motivo è lo stesso. Tradimento. Non solo dal punto di vista sessuale o sentimentale, parlo proprio di tradimento della fiducia. Già, suppongo che sia capitato a tutti almeno una volta nella vita.

Quindi il vero vuoto che c’è in me riguarda l’escludere me stessa da qualsiasi rapporto con gli altri, per paura di soffrire ancora. Come superare queste delusioni e andare avanti? Dovrò ricostruire la mia vita passo dopo passo. Non sarà per niente facile. Comincerò smettendo di pensare a cosa è andato storto, al male che mi hanno fatto e a chissà che altra scusa per non ricominciare a respirare ancora.

Sarò di nuovo amata solo se ricomincerò ad amarmi. Per ora è questo l’obiettivo principale.

I will live again.